
Coaching e ascolto a scuola
Da quando ho iniziato il percorso di mentoring/coaching e a gestire lo sportello d’ascolto nelle scuole, ho accumulato più di 300 ore di intervento, un numero destinato a raddoppiare entro settembre, dato l’incremento della domanda. Ma al di là della quantità, ogni singola ora trascorsa con questi giovani è diventata per me una meditazione sulla condizione umana e sulla fragilità dell’esistenza. Un’opportunità di riflessione che mi ha spinto a interrogarmi su ciò che ci definisce come individui, come esseri in relazione con gli altri e con il mondo.
I problemi che i ragazzi portano con sé affondano spesso le radici nell’ambiente familiare, ma si estendono ben oltre la mera analisi delle dinamiche disfunzionali della casa. La rabbia, la violenza, la confusione identitaria, il senso di inadeguatezza. Eppure, in tutte queste storie, una costante emerge, una convinzione che sembra pervadere ogni parola, ogni silenzio: il sentirsi “non abbastanza”. Ma rispetto a cosa? Che criterio invisibile governa questa percezione?
Qui si apre un abisso filosofico che merita una riflessione più profonda. La domanda del “non essere abbastanza” ci riporta a quella che potremmo definire una “misura imperfetta”, un parametro che si fa costante nella nostra società: l’ossessione per la performance, per l’apparenza, per il risultato esteriore. Una società che sembra aver dimenticato il valore dell’interiorità, la dignità dell’essere al di là della mera efficienza. Eppure, non sarebbe proprio la consapevolezza della nostra vulnerabilità e fragilità a costituire la chiave per una vera eccellenza?
In fondo, cos’è l’eccellenza se non la capacità di accogliere la propria finitezza e di fiorire dentro di essa? L’errore, la difficoltà, la sofferenza, non sono segnali di debolezza, ma di quella che potremmo chiamare “umanità autentica”. I giovani di oggi sono intrappolati in una spirale di aspettative che escludono ogni traccia di imperfezione, eppure è proprio nell’imperfezione che risiede la nostra forza più grande. Non si diventa grandi ignorando la fragilità, ma accettandola, facendola diventare una via di accesso alla vera crescita.
La domanda che aleggia nell’aria, spesso non detta, è quella di una vita che ha perso il suo significato profondo, imprigionata nei valori di produttività e apparenza. Eppure, come ci ricorda la filosofia, l’esistenza non è definita dalla prestazione, ma dall’abilità di confrontarsi con la propria condizione finita, limitata, imperfetta. Solo attraverso il riconoscimento di questa limitatezza, e nonostante essa, si può accedere a una forma di eccellenza che sia davvero umana, che sia segnata dalla consapevolezza della nostra fragilità.