Dare ciò che non si ha

Dare ciò che non si ha

Ciò che distingue il dono d’amore da ogni altra forma di dono è la sua paradossale natura: esso consiste nel dare ciò che non si ha. Questa affermazione, che riecheggia il pensiero di Jacques Lacan, mette in crisi la logica del possesso e della sufficienza, spingendoci verso un’esperienza radicale dell’essere: amare non è trasmettere ciò che si possiede, ma offrirsi come apertura, come possibilità.

Nella relazione educativa con gli adolescenti, questa verità si rivela con una forza disarmante. Non possiamo limitarci a dare loro ciò che abbiamo accumulato – esperienze, sapere, convinzioni – nella speranza che essi possano farne tesoro. Questo “dono” non è altro che un’illusione, un tentativo di trattenere il controllo, di affermare un’identità che non ammette di essere messa in crisi. Ma l’adolescente non è un terreno da coltivare con semi altrui: è un mistero vivo, un orizzonte di alterità che ci interpella, che richiede di essere accolto senza pretesa di comprensione totale.

Dare ciò che non si ha significa riconoscere che, nella relazione, siamo anche noi mancanti. Significa accettare di abbandonare la posizione di chi “sa”, per tuffarsi nell’oscurità di un incontro che ci strappa dalle nostre certezze e ci espone alla vulnerabilità. Questo movimento non è indolore. È, anzi, spesso attraversato dalla sofferenza: la sofferenza di vedere crollare le nostre maschere, di affrontare le nostre fragilità, di non poter offrire risposte definitive.

Ma è proprio qui, in questa sofferenza, che il dono si rivela nella sua autenticità. Il dono d’amore non è un possesso che si trasmette, ma un’apertura che si crea. È l’atto di lasciarsi interpellare dall’altro senza difese, di riconoscere che il mistero dell’altro – in questo caso l’adolescente – ci sfugge e, nello stesso tempo, ci trasforma.

Questo processo non è un atto di rinuncia, ma un movimento ontologico: ci ricorda che l’amore e la relazione non nascono dalla pienezza, ma dalla mancanza, da quel vuoto che non può essere colmato, ma solo condiviso. Dare ciò che non si ha, allora, è l’atto più alto di generosità: è offrire la nostra stessa mancanza, accogliendo quella dell’altro. È lasciarsi trasformare dalla relazione, abitando il suo mistero con il coraggio di chi accetta che non vi siano certezze, ma solo un cammino comune verso l’ignoto.

“Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà”.Mt 26,25