Farsi “testimonianza”

Farsi “testimonianza”

Fare della propria vita una testimonianza della verità. Una verità che non è data una volta per tutte, ma che si svela nella mancanza, che innesca il desiderio.

La verità non è un possesso, ma un accadere. Non si lascia imprigionare in formule definitive, né si concede a chi cerca solo conferme. È un’assenza che chiama, una frattura che dischiude possibilità. Non la si detiene, ma la si attraversa; non la si possiede, ma si è da essa posseduti.

Eppure, viviamo in un mondo che teme la mancanza, che rifugge l’incompiuto, che vorrebbe trasformare l’esistenza in una somma di certezze. L’adolescenza è il tempo in cui questa mancanza si fa più viva, più lacerante. Si cerca di colmarla con definizioni rapide, con appartenenze rigide, con risposte che soffochino l’angoscia dell’indefinito. Ma è proprio in questa inquietudine che la verità si svela: non come risposta, ma come domanda che si rinnova.

Testimoniare la verità significa non temere il vuoto, non cedere alla tentazione della sicurezza, non cercare rifugio nel già detto. Significa custodire il desiderio, lasciarlo ardere senza consumarlo, senza ridurlo a un oggetto da ottenere. Perché la verità non si possiede mai, ma si lascia intravedere nel movimento stesso del cercare, nel coraggio di restare aperti all’inatteso.

Essere testimoni della verità, allora, non è aderire a una dottrina, ma “farsi spazio” , farsi domanda, lasciarsi attraversare dal non ancora. La vita autentica non è quella che ha trovato tutte le risposte, ma quella che non ha smesso di interrogarsi.

“Io sono la via, la verità e la vita’ Gv 14,6