
Incontri che trasformano
Ci sono momenti in cui tutto ciò che pensiamo di sapere si dissolve. Succede spesso durante le sedute con gli adolescenti. È un’esperienza che ogni volta mi sorprende e mi insegna qualcosa di nuovo: non sono i miei studi, né le strategie elaborate a fare la differenza. Non sono le tecniche o le metodologie a guidare l’incontro, ma qualcosa di più sottile, fragile, potente: la relazione stessa.
Ogni relazione è magia e mistero. Non c’è mappa che la preveda, non c’è manuale che la spieghi. Ciascun ragazzo porta con sé un mondo unico, una strada che non ho mai percorso prima. Il mio compito, ogni volta, è dimenticare chi sono, abbandonare le certezze acquisite, e seguire quella strada con il cuore aperto e la presenza attiva.
È un esercizio di ascolto profondo, di fiducia totale nell’altro, di abbandono delle maschere che spesso ci proteggono o ci definiscono. In quei momenti non importa cosa so, ma chi sono. Non importa cosa penso di poter dare, ma la mia capacità di esserci davvero, di accogliere senza giudizio, di farmi toccare da ciò che mi viene donato, anche quando si tratta di silenzi o ferite.
C’è qualcosa di sacro in questa dinamica. È come danzare insieme senza sapere i passi, lasciandoci guidare da un’armonia che non appartiene né a me né a loro, ma alla relazione stessa. È lì che si manifesta la vera crescita, la vera cura, per loro e per me.
E forse è questa la più grande lezione: siamo fatti per incontrarci, per scambiarci il mistero che siamo. Non c’è bisogno di sapere, basta essere. E in quell’essere, tutto diventa possibile.