
Prigionieri di noi stessi
Siamo spesso prigionieri di noi stessi, vittime di un perpetuo tentativo di colmare un vuoto che ci abita e ci tormenta. Questa assenza ci appare come un’anomalia, una frattura da sanare, e così ci affanniamo a inseguire oggetti, riconoscimenti, legami che promettono un’illusoria completezza. Ma il vuoto non è un difetto né una lacuna: è la struttura stessa del nostro essere, il silenzio originario da cui il senso può emergere.
La nostra schiavitù consiste nel misconoscerlo, nel vederlo come un nemico da sconfiggere anziché un orizzonte da abitare. È la modernità stessa che ci addestra a questa fuga, imponendoci l’imperativo del riempimento, della saturazione, dello spettacolo. Eppure, ogni tentativo di riempire il vuoto non fa che amplificarlo, poiché non si può saturare ciò che è costitutivamente apertura.
Essere liberi significa riconoscere il vuoto non come assenza, ma come possibilità. Non si tratta di riempirlo, ma di sostarvi, di ascoltarne il richiamo. È nel suo abisso che incontriamo noi stessi, ed è solo attraversandolo che possiamo trascendere l’illusione del possesso per riscoprirci autenticamente umani.